sabato 4 febbraio 2012

La Frisch - Corradini, con Tiziana Waiss alla Pala Del Rifugio





Dal libro "Tra il silenzio delle Pareti" di Giuseppe Frison
Dopo due ore di viaggio in auto, lascio Fiera di Primiero alle mie spalle per prendere a destra la strada del Passo Cereda. All' uscita dell'abitato, la strada, prosegue diritta costeggiando il torrente Canali. Al ponte, vedo sotto il Castel Pietra, e dopo un successivo tornante, svolto a sinistra per prendere la carreggiata che immette nella suggestiva Val Canali. La strada sterrata continua fino alla località Cant del Gal. Arrivato, faccio sosta per fare uno spuntino e perché l'auto riprenda fiato.
La località Cant del Gal è circondata dal grandioso anfiteatro di crode della: Val Pradidali,   Massiccio Centrale, la Alta Val Canali e la superba parete del Sass Maor.
 Ora, Cant de Gal, è il capolinea di tutte le autovetture, ma fino agli anni '80 non esistendo la barra che ora ne impedisce l'accesso si poteva andare avanti ancora con l’auto.
Con la "Carolina" (nomignolo affibbiato simpaticamente alla mia auto), dopo la breve sosta, riprendo a destra, la ripida e sassosa strada forestale che costeggia il torrente. Giungo il largo letto che forma una piazzola di parcheggio.
 Scendo, zaino alle spalle. Sono circondato a destra dalla Catena del Coro che forma la testata della Valle, a sinistra dall'enorme pilone della Pala del Rifugio, la Punta del Rifugio, il Sass D'Ortiga.
Attraverso il letto del torrente e più avanti trovo il sentiero che porta al Rifugio Treviso. In 35 minuti lo raggiungo. Renzo Timellero, guida alpina e gestore del rifugio mi attende con un minestrone caldo sulla tavola. Sa che a causa del mio lavoro arrivo tardi.
Dopo il rifugio Brentei è il mio preferito.
 Abbracci e pacche. Dopo i convenevoli ci scambiamo i ricordi, le vicissitudini della vita, i progetti e sotto suo suggerimento consulto la guida per prepararmi all'ascensione del giorno dopo. Proprio in quell'incontro amichevole conobbi
Tiziana Waiss.
La conoscevo solo di nome, per le sue imprese alpinistiche e perché era stata la ragazza di Enzo Cozzolino, morto durante l'ascensione alla Torre Babele nel gruppo del Civetta nel luglio del 1973.                                     Le vie aperte da Cozzolino,  a detta di Reinhold Messner, sono riconosciute come prosecuzione del 7° grado per le difficoltà estreme che presentano superate in "libera".
     Da Enzo Cozzolino furono aperte le seguenti vie:
parete N. del Pizzetto E. - parete N. dello Spiz d'Agner S. - parete O. dello Spiz d'Agner S. - parete O. Cima Busazza ect.

Termino di rifocillarmi, esco fuori dal rifugio, il silenzio è accompagnato dal frinire dei grilli e su nel cielo c'è un manto di stelle. Una  pace che ci vuole per trovare noi stessi. Una delicata voce si sostituisce al silenzio dell'aria cantando la melodia "Stelutis Alpini". La canta una ragazza.  Gli ospiti del rifugio mi riferiscono che è l’alpinista Tiziana Weiss. Mi avvicino e, poiché faccio parte del coro Marmolada di Venezia, con la voce da basso mi associo fino alla fine della canta.
 Siamo stati ascoltati nel più rispettoso silenzio dai presenti del rifugio.
 Altri si uniscono a noi per vocalizzare ancora canti di montagna.
        
Tiziana è una ragazza molto bella con un sorriso accattivante. Abbiamo la stessa età: lei è del 2 febbraio 1952 ed io del 29 febbraio 1952. Mi sento disarmato dalla sua naturalezza. Mostra interesse per tutte le persone che la circondano
 Il giorno dopo mi ritrovo casualmente in arrampicata con lei, salendo lo spigolo nord-ovest del Dente della Pala del rifugio. Nasce l'amicizia, e sulla cima, che sovrasta il rifugio Treviso, parliamo delle nostre varie esperienze, programmi e naturalmente di montagna. Al rientro, in rifugio,  Tiziana, dopo aver parlato con il gestore-guida alpina Renzo Timellero, mi propone di scalare l'indomani la Pala del Rifugio per la parete nord-ovest "via del gran diedro" aperta da H.Frisch e B.Corradini.
So che è una grandiosa ascensione molto sostenuta ma, in quel momento sono consapevole di avere l'occasione di arrampicare con Lei, ottima arrampicatrice. All’alba, lasciamo il rifugio, non senza le più attenzioni, raccomandazioni e “In bocca al lupo” di Renzo, e saliamo il sentiero che ci porta all'attacco.
Fino al gran diedro, che solca nel centro della parete nord-ovest, ci arrampichiamo a comando alternato ma, giunti alla fessura di 5°+ le dico (sicuramente dettato dalla paura di far brutta figura e anche perché so che è difficile): "Tiziana é tutta tua". Lei mi sorride e dopo un buffetto alla guancia parte cantando e come una ballerina sale con estrema sicurezza e scioltezza. Rimango stupito di come riesce scalare senza far capire le difficoltà della fessura.                           Dopo aver superato il grande tetto la raggiungo e con aria sorniona si prende la rivincita: "Giuseppe vai".
   
Bianco e senza parole mi copre di ferraglia, mi porge un bacio e disinvolta mi dice: “Vai”. Con il cuore in gola, senza parole parto. Sopra mi attendono 30 metri strapiombanti di 5°+ ma soprattutto il tiro è completamente a portata dei suoi occhi. La guardo e lei con un sorriso d'invito mi dice: "Forza".

Pian piano, con copioso sudore che scende sotto il casco, salgo i primi metri nei quali mi trema una gamba, non ricordo quale. Mi volto e stupidamente le chiedo: "Su dritti", domanda per la quale mi mordo la lingua.
Mi scrollo da addosso i suoi occhi e riprendo, con calma e naturalezza, ad arrampicare nella maniera che mi è migliore, che mi consente di arrivare ben presto al camino-canale. Per fortuna ho gli scarponi rigidi quasi nuovi e anche nei minimi appoggi tengono bene. Alla gran spalla erbosa e ghiaiosa ci abbracciamo e intoniamo la "Montanara" che in ripetizione ci accompagna fino in vetta.
Tiziana mi racconta parte della sua vita e di quella di Enzo. Io l'ascolto semplicemente senza entrare in particolari. Parla a ruota libera come per togliersi o meglio liberarsi del grande peso che si porta internamente da tempo.
Mangiamo un panino, della cioccolata, dell'acqua e rimaniamo ancora in cima per circa un'ora, attorniati dalle Pale che ci guardano. Pace immensa tra l'uomo e Dio.
                    Tiziana mi dice: "Torniamo, perché la via del rientro è lunga e difficoltosa".
Purtroppo lo sapevo! 
Un anno prima con Maurizio Venzo "Nane" “I do bocia” e un'altra cordata composta da R.Liberalato-Marampon “I do veci” avevo arrampicato lungo la via Castiglioni-Dettassis dello spigolo nord. Naturalmente la cordata dei  "veci", era arrivata prima in cima alla Pala del Rifugio canzonandoci noi "bocia" per la nostra lentezza. In quell’occasione, quando intraprendemmo la discesa incontrammo, ferma, una cordata di tre alpinisti di Piacenza, che non sapevano dove procedere. Liberalato si prese l'onere dell' apripista.
Il sentiero, che attraversava l'inizio del collo del canalone di Sant'Anna, era coperto di neve ghiacciata. Liberalato proseguì pestando e premendo con gli scarponi la neve per creare dei buoni punti di appoggio.
 Arrivato alla fine della conca innevata raggiunse il sentiero sgombro di neve. Era il mio turno ma, nel momento di fare il primo passo, si slacciò la bretella dello zaino sbilanciandomi.
Il mio compagno di cordata, M.Venzo mi aiutò a ricomporre l'assetto dello zaino riagganciando la bretella.
Durante questa manovra un membro della cordata di Piacenza ci superò e proseguì nel nevaio come aveva fatto Liberalato.
 Improvvisamente nel mezzo del colatoio si staccò la lingua di neve sotto ai suoi piedi, portandolo giù rapidamente per il canalone di Sant'Anna.
Impietriti, seguimmo tutta la scena senza poter far nulla.
Io e Maurizio ci guardammo e senza proferir parola, ci leggemmo nei nostri animi. Se non fosse stato per lo zaino  sarebbe toccata a me.
Liberalato ci distolse dal turbamento. Con le corde a disposizione si fece calare, con velocità, giù per 160 metri nel canalone ghiacciato. Passò mezz'ora prima che udissimo un fievole: "Tirate su".    Al suo arrivo aveva gli occhi lucidi e il suo corpo tremava come una foglia da tutto quello che aveva visto.
Trascorsero cinque minuti per farlo parlare. Disse solo: "E' precipitato con un salto di 300 metri". A me e Maurizio riferì che aveva visto sangue e parte della testa (non aveva il casco).
 Fu uno dei ritorni più lunghi, tesi, angoscianti della mia esperienza alpinistica. Al rifugio avvertimmo le squadre del soccorso alpino. Noi scendemmo dalla Val Canali e Liberalato decise improvvisamente di fermarsi nella piazza di Primiero. Urlò la sua disperazione, rammarico e con tutte le sue forze buttò all'aria tutto il materiale alpinistico. Non voleva saperne più niente dell'alpinismo. Per superare il trauma, il giorno successivo, io, Maurizio e Nino abbiamo fatto un’ascensione al Piz Ciavazes lo spigolo sud-est Abram ma di Liberalato, da quel giorno,  in montagna nessuna traccia.
Il ricordo di quel terribile episodio mi fece attraversare la cresta nord-est (Vallon di S.Anna) in completo stato d’ansia e paura.
Questa volta non c'era neve. Tiziana, mi vede nell'abbandono più assoluto, vuole sapere la causa del mio mutismo. Le riproduco brevemente l'esperienza vissuta. Lei, mi prende la mano e mi propone di fare un'altra via assieme. Rimango stupito. Attraversiamo sotto la cresta della Punta del Rifugio arrivando all'intaglio sotto lo spigolo del Sass D'Ortiga. Di qui, giù nel Vallon delle Mughe per poi dirigerci  alla base della parete Punta della Disperazione. In 45 minuti saliamo la parete nord-est per la via Timellero-Secco.
 In cima, guardando le punte delle Pale dorate dal sole che stava tramontando dietro la Cima del Coro, ho pianto sulla spalla di Tiziana.
 Purtroppo nel luglio del 1978 seppi da amici che Tiziana aveva raggiunto il suo Enzo. Era morta mentre saliva quella stessa via che aveva fatto con me alla Pala del Rifugio.
Di Lei, conservo, il suo sorriso, il dolce rispetto che aveva per il suo Cozzolino, la sua grazia, dell'amore che aveva per la montagna e della sua voce che canta ancora nel mio cuore.
 Più volte, quando canto ai concerti con il coro "Marmolada", e il pubblico, richiede come bis il canto "Signore delle Cime". Simultaneamente mi appare Tiziana alla Frisch che danza su per la parete, verso la cima, come una ballerina.

 
Giuseppe Frisonhttp://paretiverticali.it/VIA FRISCH - CORRADINI ALLA PALA DEL RIFUGIO.htm

Spigolo nord al Sassolungo




Dal libro: "Tra i silenzio delle Pareti" di Giuseppe Frison.
Sollevo la tapparella: la parete nord del Civetta è resa ancor più scura, dal sole che sta nascendo, dietro, in Val Zoldana. Da otto anni ho un’ abitazione in affitto, sopra Mares frazione di Caprile.  Le finestre della casa,  sono poste, di fronte alla maestosa parete nord del Civetta. La decantata muraglia, che assomiglia a un grande organo a canne, al mattino prende varie  intonazioni di grigi, con striature nere: Essa incute timore, perché è cupa e ombrosa. Al pomeriggio, il sole, l’accende di colori che vanno dal giallo caldo, all’arancione, e nelle ombre di colore rosso mattone. Verso sera, s’infuoca, poi diventa rossa amaranto per fine con un colore enrosadira. In tutte le stagioni e affascinante, catalizzante, magnifica. La vista spazia dalla torre Coldai alle punte dei Cantoni di Pelsa. E’: “La parete delle pareti”.  Molte volte,  ozio sul terrazzo e traccio mentalmente, con il libro guida in mano, tutte le possibili vie che sono state aperte lungo questa muraglia.
Finalmente la casa si sveglia. Arrivano gli amici; si presentano con poco entusiasmo di far qualcosa, anche se la giornata si presenta stupenda. Universalmente, vogliono fare un giorno di riposo, per andare poi, a pranzo, al rifugio Migon.                                                                                                                                                                                                                                             Con irritazione e impulsività, salgo in auto dopo aver preso: imbrago, corda, scarpette e rinvii.
Non so, dove andare, cosa fare. Dirigo il mezzo, verso la strada che porta ad Arabba.
Arrivato all’incrocio, svolto senza pensarci a sinistra per il passo Pordoi.  A destra verso il passo Falzarego, c’è una lunga colonna d’auto che sbuffa verso Andraz mentre la strada per Arabba è libera.
Al valico, mi si presenta il bel panorama verso la Val di Fassa. La giornata è stupenda. Sfortunatamente la strada che porta a Canazei pullula di auto. Siamo in agosto. E’ difficilissimo, ad un certo orario, spostarsi con l’auto. Solamente con la moto si può avanzare più velocemente, dribblando tra gli autoveicoli  infuocati.
Scendo per un chilometro e svolto a destra, per  la statale, incredibilmente  libera da autovetture, che porta al Passo Sella.
Al passo, si eleva il possente gruppo del Sassolungo. Lo spigolo Nord, verso Selva Val Gardena si staglia verso il cielo color cobalto.
Decido di andare a vedere da più vicino.
Ho necessità di identificare un paesaggio tranquillo, sereno e quieto.
Mi spunta l’idea di salire lo spigolo.
Dispongo lo zainetto d’arrampicata, seleziono il materiale di  arrampicata, e corro per il sentiero che porta al rifugio Emilio Comici.
Poco prima del rifugio già calcato da escursionisti e vacanzieri, risalgo, per un altro sentierino, il ghiaione che porta all’attacco dello spigolo nord.
Mentre affronto l’erto sentiero, rievoco un giudizio scritto da R. Messner nel suo libro “ 7° grado”. Egli, considerava la salita dello spigolo, un’ottima scalata per vedere se era in forma.
Alle 10,25, arrivo all’attacco della via. Per terra ci sono mozziconi di sigarette e una lattina; la roccia è consumata dalle numerose cordate che si sono cimentate ad affrontare la via dello spigolo.
Vedo, sopra di me, una cordata. E’ composta da tre alpinisti; il primo di cordata sta iniziando l’attraversata della parete a forma di mezzaluna, verso destra.
Data l’ora, ho la consapevolezza di aver preso una decisione, azzardata, per affrontare questi 980 metri , soprattutto per quanto riguarda la discesa che è lunga e complicata.
Il tempo lo danno bello.
Sono ben allenato, ho la giusta tranquillità psicologica. La voglia d’arrampicare, mi da motivo, di poter riuscire tranquillamente ad affrontare, la lunga ascensione. In libera, sono più veloce, anche se affrontare una arrampicata in solitaria è da incosciente e da egotista.  Però, è nello stesso tempo, l’espressione e la realtà alpinistica più bella, più affascinante, più indescrivibile, più emozionante; si arrampica per amore della montagna con l’anima. La discesa dalla cima del Sassolungo la conosco a memoria perché salite per ben tre volte in salita con amici e da solo.
Parto.
Salgo rapidamente il camino d’attacco. Risalgo, il testone roccioso e lo stretto canale. Le difficoltà non superano il terzo grado, la roccia è buona, appigliata. La salita è logica ed evidente. Impossibile andar fuori via. Si riconoscono bene appigli e appoggi, dovuti dall’usura delle ripetizione, di alpinisti, che hanno salito la via.
Arrampico, ora in diagonale, all’interno del diedro aperto, formato dagli strapiombi incombenti sulla sinistra. Arrivo alla parete a forma di mezzaluna.
Mi fermo a dissetarmi, bevendo su un rivolo d’acqua che scorre lungo la parete; è bella fresca!
Fin d’ora, l’arrampicata si è rilevata, bella e interessante.  Ora l’itinerario si fa più difficile.
Guardo giù e vedo i tettucci delle auto emanare onde di calore. Esse, invadono Selva Val Gardena.                                                                                                                                                       Dall’arrivo della Dantercepis, si distinguono due processioni, formate da escursionisti che ne scendono l’omonima pista.
Scorgo l’imbocco dell’inizio della Vallunga.
Ho un pensiero  rivolto al grande alpinista Emilio Comici.
“L’angelo delle Dolomiti”.
Da anni, ai piedi della parete di roccia “Parëi de Ciampac” (Vallunga), un po’ nascosto, si trova un monumento scolpito nel legno in memoria del grande alpinista Emilio Comici, caduto proprio da quella parete nel 1940.  Il 10 ottobre 2010, a Selva Val Gardena, presso la “Baita Ciampac” ai piedi dell’omonima parete rocciosa, a ricordo dei settant’anni dalla morte “dell’angelo delle Dolomiti”, è stato fatto inaugurato un altro monumento bronzeo, modellato sulla prima statua lignea, dal gardenese Tita Demetz negli anni ‘90. Non senza polemiche, alla cerimonia erano presenti: i vertici nazionali del CAI e delegazioni di più parti d’Italia, Accademici CAI, Guide Alpine, le Scuole di Alpinismo, alpinisti di fama  e autorità

scultura bronzea, dedicata al grande alpinista Emilio Comici
Emilio Comici, fu podestà del Comune di Selva Gardena fra il 1938 ed il 1940, dove aveva trovato lavoro come direttore della scuola di sci. Egli. ha traccaito oltre 200 prime ascensioni tra le più ardue e belle pareti delle Dolomiti. Proprio su un guglia del Sassolungo, Emilio Comici, ha aperto una via logica, dritta come una caduta di una goccia d’acqua. Oggi essa  viene chiamata, Campanile Comici o “Salame di Comici”. L’acrobata, ha aperto una stupenda via, e tuttora è una salita classica; tra le più apprezzate e salite nelle Dolomiti.
Inizio ad attraversare verso destra trovando delle difficoltà di terzo superiore, per poi passare sulla grande placca, che presenta passaggi di quarto grado.
Arrampico sempre sulla destra fino ad arrivare al culmine del torrione e arrivo alla base del passaggio noto che è chiamato “Pichiwate”.
Ho impiegato un’ora e dieci minuti per salire 650 metri, che erano i più agevoli.
Incontro la cordata, guidata da una guida.
“Buongiorno”.
Nessuna risposta.
Insisto: “Grussgott”.
Silenzio.
“Merda”. Riparto.
Non è la prima volta che mi succede. Esaminano la mia presenza, la mia scelta di arrampicare in libera, sempre, con l’aria piena di punti interrogativi, di pregiudizi e di critica.
Sopra, mi attende il passaggio chiave.
Una traversata di quarto grado inferiore mi porta a un camino giallo, unto.
Il libro guida evidenzia, questo passaggio, con difficoltà di quarto superiore.
Io, ritengo che sia di quinto inferiore.
Il camino diedro, si fa più liscio e più unto.
Il battiti del cuore, martellano veloci .
Decido di salire esternamente, contrapponendomi su per entrambi le pareti ai bordi del camino: almeno la roccia è più pulita.
La mano destra afferra la lama esterna destra, del bordo del camino e con le dita della mano sinistra cerco di avvertire, al tatto, delle asperità sul lato opposto.
Con calma e lentamente supero quest’ostacolo.
Il giorno dopo, nello sfogliare altre relazioni, mi danno ragione della mia valutazione riscontrata.
Salgo ancora una serie di camini fino ad arrivare a un intaglio.
Sorpresa!
C’è molta neve sulla facile, gradinata cresta, che porta alla sommità del Sassolungo.
Scorgo delle tracce, circa venti metri più giù.
Le seguo, e in breve salendo su per rocce frastagliate, sono in cima al Sassolungo a quota 3181 metri.

L’ascensione è stata molto gratificante; essa mi ha impegnato per due ore e quarantacinque minuti.
Ora mi godo il panorama che è  meraviglioso, incantevole.
Vicino si svettano le cime: Punte delle Cinque Dita, la Punta Grohmann, la Torre Innerkofler, il Dente del Sassolungo, la Cima Dantersass, il Sassopiatto, lo Spallone del Sassolungo.
In piedi, roteando a 360 gradi, distinguo i principali gruppi delle Dolomiti: le Odle, il gruppo del Sella, il gruppo del Catinaccio, la Marmolada, il regno dei Fanis, il gruppo del Civetta, le Tofane, le Pale di san Martino, il gruppo di Brenta. In basso, la Val di Fassa e la Val Gardena.
Di più non si può desiderare.
Mangio un panino e una cornacchia mi fa compagnia.

La via Preuss al Campanile Basso






Dal libro: “Tra il silenzio delle pareti”.


Da molti anni, per motivi di lavoro, famiglia e tempo non vengo ad arrampicare al gruppo di Brenta. Ho lasciato questo bellissimo gruppo nel lontano 1978.  Le ardite cime, guglie, campanili, mi hanno visto per ben sette anni consecutivi, scalare lungo le loro pareti. Ora corre l’anno 2002 e dopo ventiquattro anni, riabbraccio i ricordi, le mie esperienze, la vivacità della vita spensierata giovanile.


Sono solo; da due anni arrampico in libera. Una scelta maturata dopo vicissitudini negative, in parete, con vari compagni di cordata.Come al solito non ho fatto nessun programma. L’auto, che ho lasciato giù a Vallesinella, mi ha riportato  in questo magnifico gruppo montuoso.

Pian piano, mentre salgo il sentiero che mi porta al rifugio, mi fisso, di fare la Preuss al campanile Basso.

<<…Il giorno dopo, carico di entusiasmo, parto dal rifugio Brentei, per salire la via Preuss al Campanile Basso. Stranamente e per fortuna non trovo nessuno, lungo la ferrata che mi porta all'attacco. Salgo la parete Pooli, attraverso la parte Est del campanile e dopo aver salito il camino di sinistra a Y mi trovo in breve allo "Stradone Principale" e quindi all'attacco della via Preuss. 
La via si alza per 110 mt. lungo la parete Est baciata dal sole. Essa è ben visibile dalla Val Massodi e da Andalo.
Da anni voglio scalare la parete Est, per la via Preuss. L' ascensione, anche se breve, è una classica; mi sento piccolo nei confronti dell'uomo, che nel 1911, con tranquillità, in libera, ha tracciato per la prima volta, questo bellissimo itinerario.
Inizio a salire. Intravvedo dei chiodi arrugginiti con dei cordini penzolanti. Ormai, le numerose cordate che si susseguono per la ripetizione di questa bellissima via, lasciano e mettono di tutto. Eseguo, la spaccata, per raggiungere la caratteristica macchia gialla. Sotto ai miei piedi, si espande un salto vertiginoso di 350 mt. che strapiomba sopra le ghiaie della Val Massodi.
Provo eccitazione, un brivido di esaltazione, gioia, non ho parole per quanto mi diverto e per descrivere quello che provo. Dopo aver superato un tettuccio, per mezzo di una piccola fessura (passaggio chiave) raggiungo in breve la base del camino terminale. Che bello essere qui, solo, lontano dalla quotidianità e dai rumori della valle. La montagna ti porta gioia nel cuore e ti fa trovare te stesso.
E' la prima arrampicata in libera di V° che eseguo. Dentro di me provo una forte trepidazione, non per la difficoltà della via, ma per il prestigio dell'itinerario. Sono tranquillo, felice, solo con me stesso. Riprendo a salire la fessura camino terminale e in breve raggiungo la cima del campanile. Guardo, estasiato il panorama che mi circonda e nel silenzio dell'alpe, ricordo i due amici che sono saliti con me alla cima di questo bel campanile.
Prendo la guida , Dolomiti del Brenta, che l'amica Luciana Zilio, compagna di molte cordate, prematuramente scomparsa per un male incurabile mi ha regalato. Al suo interno, ho scritto la data della salita alla via Fehrmann al Basso, fatta con Luigi Visentin, “gigio”. Lui, è deceduto in Himalaya, sul monte Tilicho, nel 1992, travolto da una slavina. Il destino me li ha tolti come amici, ma nel mio cuore non si cancellerà mai il loro ricordo, la loro passione e gioia nel salire le pareti rocciose, il loro canto libero quanto eravamo in cima.
Arrampicata di eccezionale eleganza e della massima esposizione, su roccia, ottima, che percorre la stretta parete grigia che si alza verticale sopra la cengia dello “stradone provinciale”  e che sale la verticale parete Est del Campanile Basso.

La Preuss al Campanile è un vero capolavoro dell’arrampicata per l’importanza memorabile del percorso.
Come si comprende dal nome, la via è dovuta all’impresa del grande scalatore austriaco Paul Preuss. Per primo ha salito questo itinerario da solo, slegato il 28 luglio 1911 in due ore, con la sorella che aspettava sullo Stradone Provinciale – la cengia che spacca quasi interamente il Campanile.
La salita, annientò qualsiasi forma alpinistica del tempo, anticipando, il comportamento della libera di quasi un secolo, al punto che Paul Preuss può essere definito il primo Free Climber della storia.
Per capire il valore e il peso di questa scalata basta pensare lo scalpore provocato il giorno dopo: Praticamente, l’impresa , lascia sgomenti tutti gli alpinisti del tempo. Si può affermare che con Preuss, con il suo modo di vivere la montagna, nasce il moderno concetto dell’arrampicata sportiva. Le sue teorie sono criticate aspramente dai suoi contemporanei che si battono, per lo più, per un uso logico dei chiodi da roccia. Credono, infatti, che siano irrinunciabili per la sicurezza durante le scalate, ma che possano essere evitati come mezzi di progressione.
Provocatoriamente Preuss pubblica su una rivista specializzata le sue sei regole per lo scalatore che recitano:
  1. Non basta essere all’altezza delle difficoltà che si affrontano, bisogna essere superiori ad esse.
  2. La misura delle difficoltà che uno scalatore può affrontare in discesa, con sicura e piena coscienza delle proprie capacità, deve rappresentare l’estremo limite delle difficoltà da lui affrontate in salita.
  3. L’impiego di mezzi artificiali trova giustificazione solo in caso di pericolo incombente.
  4. Il chiodo da roccia deve essere un rimedio di emergenza, e non il fondamento del proprio sistema di arrampicata.
  5. La corda può essere una facilitazione, ma non il mezzo indispensabile per effettuare una scalata.
Tra i massimi principi vi è quello della sicurezza. Non però la sicurezza che risolve forzosamente con mezzi artificiali le incertezze di stile, bensì la sicurezza fondamentale che ciascun alpinista deve conquistarsi con una corretta valutazione delle proprie capacità.
Ai giorni d’oggi l’impresa di Preuss può essere paragonata alla salita in free solo di Hansjörg Auer sul Pesce in Marmolada compiuta il 23 maggio 2007: un altro incredibile, sensazionale salto nel futuro che proietta il mondo dell’alpinismo in un’epoca ancora troppo lontana per gli standard contemporanei.Preuss si può considerare come il padre spirituale e l’antesignano del moderno free climbing. Tuttavia la sua etica intransigente, gli costò la vita: nel 1913 precipitò dallo spigolo Nord del Mandlkogel, sulle Alpi austriache, durante una prima in libera e in solitaria. Il suo corpo fu ritrovato dieci giorni dopo coperto dalla neve. Da quella prima storica ascensione sul Campanile Basso è trascorso più di un secolo: le cordate che l’hanno conquistato si contano oggi a migliaia.http://paretiverticali.it/ViaPreussAlCampanileBasso.htm

Arrampicata in libera spallone Graffer al campanile Basso

Dal libro: “Tra i silenzio delle Pareti”.
<<…arrampicare da solo lo faccio dal 2000. E' maturato incosciamente, dopo la scomparsa di due compagni di cordata e dal fatto che l'amico Nane, divenuto guida alpina è sempre oberato da impegni con vari clienti. Ho salito alcune salite con altri amici, ma non sono riuscito ha trovare la perfetta sincronia, sicurezza, che avevo prima e ho maturato di arrampicare in libera. All'inizio ho salito alcune vie corte di III° con passaggi di IV°, facendo delle sporadiche autoassicurazioni poi è venuta la voglia di arrampicare su vie più lunghe e classiche. Con l'ascesa allo spigolo Nord del Sassolungo, in libera, ho iniziato a salire vie più impegnative, acquisendo velocità, sicurezza e scoprendo la bellezza dell'arrampicare solo con me stesso e la montagna. Ho maturato tranquillità mentale e spirituale. I vari passaggi erano eseguiti sempre con movimenti decisi e atti per procedere la salita in scioltezza e sicurezza. Le dita delle mani, assaggiavano la roccia prima di metterle sotto sforzo. Esse, avevano trovato la certezza tattile che mi facevano intuire immediatamente se potevo o no usufruire l'appiglio necessario per proseguire. Lo stesso dicasi per i piedi; sorreggevano esclusivamente il peso del corpo portandolo a spostarsi nella giusta misura a dx e a sx per innalzarmi. Bello arrampicare in libera. Ci si trova nell' intimità della montagna che ti avvolge, fino a quel tempo sconosciuta e che difficilmente si può spiegare.


Comunque, sconsiglio a chi vuole intraprendere questo stile di arrampicata. Non ne vale la pena, è troppo rischioso; la vita è troppo bella e c'è tanto da fare in questo nostro passaggio.
La moglie di Cesare Maestri, Fernamda, ha scritto nel libro. "Duemila metri della nostra vita","...l'importante è si chiuda l'uscio alle sue spalle quando ritorna...".
L'arrampicare in libera, è l'espressione più bella dell'alpinismo, più affascinante, più egoista, più emozionante, più sacra...la più intima. Giuseppe Frison.



Eccomi davanti all'ometto.


Un doveroso pensierino, una ultima letta alla guida avuta in regalo da Luciana Zilio, zaino sulle spalle,  con all'interno la corda, la quale mi servirà per discendere con  doppie dal Basso, e parto:


1° tiro: mi arrampico per facili rocce. Quindi mi sposto s sx. e arrivo ad un  terrazzo. III°+.
2° tiro: Salgo, leggermente a sx., obliquo poi a dx.  Mi trovo sotto ad una parete gialla leggermente a sx. dello spigolo.  IV°. La roccia è buona, non ho più brividi di freddo. Sto bene.
3° tiro: Do un riletta alla guida. Non salgo su dritto (variante), ma di attraverso, invece a dx circondando lo spigolo. IV°.
4° tiro: Riprendo a salire verso sx dalla sosta su roccia grigia. Aggiro lo spigolo e continuo a salire fino ad arrivare alla sosta a dx di uno strapiombo. Mi fermo e un  penso quanto grandi  siano stati Giorgio Graffer - Antonio Miotto nel 1938 ad aprire una grandiosa e difficile via, mai banale. IV°, V°+
5° tiro: Salgo dritto dalla sosta. Obliquo un po' a sx.; poi verso dx., proseguo lungo la parete più facilmente accessibile e arrivavo ad una cengia, vicino ad una lama diedro.V°, IV°+
6° tiro: Supero, con stupenda arrampicata, tutta la lama-diedro. Mi sposto a dx.  fino ad arrivare ad un'altra sosta. Le difficoltà sono continue IV°+, V°.
So che i prossimi due tiri hanno difficoltà maggiori, con arrampicata abbastanza delicata, atletica per vincere dei passaggi chiave.
7° tiro: Vado a dx per salire una placca, e dopo aver evitato uno strapiombo a sx. raggiungo con calma e sicurezza una fessura/diedro. La salgo tutta fino ad arrivare a dei chiodi di sosta.V°, V°+, VI
8° tiro: Ora salgo su dritto. Supero la difficile, delicata, fessura gialla. Evito di toccare i chiodi. in libera è meglio sempre pensare che non ci siano. Mi porto leggermente a dx. per poi proseguire ancora dritto fino ad arrivare a una  cengia. Mi porto a sx. alla base di un diedro. Sosto, per liberare e distendere un po le mani, dalla tensione della salita. V°, V°+, VI°
9° tiro: Supero cantando, con bellisssima e aerea arrampicata, il diedro giallo. Questo diviene più in alto, un diedro/camino grigio, Lo risalgo fino ad arrivare, a una grossa clessidra  IV°+, IV°
10° tiro: Mi fermo per mangiare una banana e una barretta concentrata all'ananas. Proseguo per il diedro/camino fino al suo termine. Obliquo a dx. fino ad arrivare ad una terrazza sotto gli strapiombi gialli IV°-
11° tiro: Altra variante da lasciare perdere a dx e prendo ad arrampicare un il diedro giallo obliquo verso sx. fino ad giungere a una piccola cengia. IV°-, III°. Con calma affronto gli ultimi due tiri.
Ora lo spallone non ha più notevoli difficoltà
12° tiro: Arrampico dritto per un paio di metri. Attraverso a sx. tralasciando di essere invitato a salire verso gli strapiombi gialli dove si vedo dei chiodi!!!,  fino ad arrivare quasi allo spigolo. Con aerea arrampicata lo salgo, risalgo il  camino terminale . IV°-, 1 passo di V°
13° tiro: Con belle spaccate continuo a salire l'interno del camino. Poi supero delle delicate placche obliquando per spostarmi leggermente a sx sino ad arrivare alla sommità dello spallone. IV°.
Sono sullo "Stradone Provinciale". Salgo, in velocità l'ultima parte della via normale. Con questa ascensione è la settima volta che arrivo in cima al Campanile Basso!!!". Giuseppe Frison.http://paretiverticali.it/SpalloneGrafferCampanileBasso.htm